Nella tradizione cabalistica Adamo viene modellato dall'argilla. Anche il golem è modellato dall'argilla: dall'uomo però, non da Dio. L'atto di creazione del golem è quindi letto come un tentativo di imitare Dio. Ma abbiamo un'ulteriore lettura che vi propongo. Essendo entrambi d'argilla forse il golem può essere inteso come l'uomo controllato da qualcosa.
Chi o cosa controlla il golem-uomo?
La leggenda vuole che il golem sia animato dalla parola verità "emet" ma che possa essere disattivato cancellando la prima lettera "met" (morte). La parola viene scritta sulla fronte o su un foglietto posizionato sotto la lingua.
Esiste quindi una frase o una parola che può essere scritta per controllare l'uomo?
La risposta è sì. L'identificazione in qualcosa è la nostra frase. Ci identifichiamo in gruppi, fazioni, ideologie e in molte altre cose.
L'identificazione nasce come un meccanismo adattivo. Ci identifichiamo nella famiglia, nella tribù o nella comunità. Il fatto di essere identificati in un gruppo ci porta ad avere determinati comportamenti nei confronti del gruppo e altri comportamenti nei confronti di gruppi a cui non ci sentiamo appartenenti.
Essendo l'identificazione un meccanismo molto potente in grado di plasmare anche inconsciamente i nostri pensieri e comportamenti ed essendo quindi un bisogno reale diventa una leva molto potente per la propaganda politica e non solo.
Spesso è possibile riassumere il comportamento inerente un'identificazione in una sola frase. La frase non solo è letta post hoc dopo aver osservato il comportamento di una persona, ma è predittiva del comportamento, tanto più che è possibile prevedere perfettamente i comportamenti inerenti a un'identificazione: basti ad esempio mettere come commento in un gruppo Facebook di un partito degli apprezzamenti per il partito opposto.
Abbiamo frasi molto semplici per fazioni sportive o politiche. Ad esempio se tifi la nazionale italiana la frase sarà.
Io che sono la nazionale.
Mentre per comportamenti più complessi abbiamo frasi più complesse ma che includono anche il seme della risoluzione dell'identificazione.
Ad esempio una persona provocatoria che fa domande imbarazzanti ad altre coppie o le mette in difficoltà e al tempo stesso vive una relazione conflittuale.
Io che tolgo l'amore perché credo di non poter amare.
Nel momento in cui la persona sarà convinta di essere innamorata smetterà di essere conflittuale con il partner e di seminare zizzania nei confronti di altre coppie. Fino a quel momento avrà un comportamento superficiale e un amore stereotipato.
Altri esempi:
Io che conosco la verità.
Io che sono intoccabile.
Mi aspetto ci sia un minimo di disagio nel leggere frasi del genere perché potrebbero andare a toccare identità indossate in qualche occasione.
Quanto più è pervasiva la frase, quanto più disagio causa essere messi a nudo.
L'identificazione è un meccanismo molto potente: spesso nei confronti di partiti politici ci si identifica.
Io che sono un servo del mio partito.
Quindi un insulto al partito viene vissuto come personale e causa rabbia e frustrazione.
Se il partito vive uno scandalo lo viviamo con tristezza. Spesso l'identificazione è così forte che pur dicendo di non votare più per quel partito si resta incapaci di votare un altro partito.
Il meccanismo di identificazione spiega perfettamente l'astensionismo. I partiti ci deludono ma siamo ancora identificati in essi. Esistono ovviamente altre spiegazioni all'astensionismo come la mancanza di alternative percepite, però il fatto che un altro partito non sia percepibile come alternativa ha comunque radici nell'identificazione al partito originale.
I membri di una famiglia possono deluderci ma restiamo incapaci di nuocere loro. Il partito suscita gli stessi meccanismi che avremmo nei confronti di una famiglia.
Erich Fromm sostiene che cerchiamo un leader in quanto la libertà ci spaventa. Io sostengo che l'autorità di un leader è incidentale al suo essere in grado di fornire emozioni di identificazione. Quindi la mia interpretazione diventa una chiave di lettura del pensiero di Fromm. I leader ci danno prima di tutto identità, non autorità. L'autorità viene tirata in ballo secondariamente. L'autorità fa parte del ruolo-fazione in cui ci si identifica: l'identificazione in sudditi è "scelta" dal leader per aumentare la governabilità. Se fossero identificati in ribelli ci sarebbe un bel problema.
Chi sta in un partito si identifica nel partito e per fare credere di essere uno del popolo il leader si identifica o fa credere di essere identificato nel popolo.
Quindi un leader sarà carismatico se compie atti semplici per creare un'illusione di essere parte del popolo. Potrebbe ad esempio far vedere che partecipa ad una sagra.
La persona potrà identificarsi se i confini della fazione saranno chiari. Spesso l'esistenza di un nemico comune sarà molto efficace a delimitare i limiti del partito. Qualche slogan, o parola ripetuta aiuterà pure così come un saluto particolare.
Non stiamo parlando di scienza astronomica, si tratta di cose molto semplici ed efficaci.
Leader:
Io che sono il popolo
Popolo:
Io che sono la bandiera del mio partito
Queste identificazioni spesso si vanno a sovrapporre con altre identificazioni.
Io che ho il dovere di difendere la mia bandiera
Queste sono contingenti a tutti quelli che, qualunque sia il partito, lo difendono a spada tratta.
Se teniamo il parallelo uomo-come-golem possiamo vedere l'uomo come un automa, che porta inconsapevolmente delle istruzioni esterne.
Anziché la parola "emet" ci basta scrivere una delle frasi e la persona si comporterà come un golem.
La leggenda del golem è una metafora per come l'identificazione ci renda meno liberi. Anche se viene il dubbio che chi ha descritto il golem, in fondo in fondo, abbia avuto un'ispirazione conscia o meno osservando i comportamenti reali delle persone e come sono manipolabili: questa resta una mia ipotesi.
Non essere consapevoli della frase che abbiamo scritto sulla fronte ci rende golem manovrabili.
Ci ricorda che il gruppo di appartenenza può giocare il bello e il cattivo tempo per noi perché deposita comportamenti che sono almeno in parte al di fuori della nostra consapevolezza.
Tajfel e Turner hanno dimostrato che noi mostriamo identità verso il gruppo anche per dettagli insignificanti come potrebbe essere la preferenza verso un quadro. Figuriamoci quindi per fazioni come le squadre di calcio o i partiti politici.
Roberto Assagioli chiamerebbe le identificazioni subpersonalità. Tuttavia ci sono differenze rispetto a quello che sostengo: infatti le identificazioni sono depositate tramite la comunicazione, anche non verbale, dall'esterno. Per lui invece avrebbero un'origine intrapsichica.
La psicosintesi nasce come terapia. Se leggere le identificazioni con questa lente abbia la stessa utilità terapeutica resta da dimostrare. Su un punto però siamo d'accordo: nella stessa persona possono coesistere molteplici identificazioni, anche se, probabilmente, solo una manciata di queste causa davvero problemi.
Come capire se ci stiamo identificando? Un modo semplice è: mi fa arrabbiare un insulto a qualcosa? Ma poi, una volta cancellate le frasi che ci hanno imposto altri, cosa rimarrebbe?
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