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Setacciare il delirio: il sintomo psichiatrico compensa un deficit di teorizzazione?





Introduzione


La tesi che propongo è che in diversi casi clinici il sintomo psichiatrico tende a organizzarsi attorno alla rigidità di teorizzazione della persona. Se assumiamo un inconscio potremmo leggere il sintomo come una risposta dell'inconscio alla rigidità della persona in qualche ambito particolare. Se vogliamo una lettura più cognitiva, allora possiamo leggere il sintomo come uno schema mentale rigido che impedisce l'instaurarsi di una teorizzazione più flessibile.

In entrambi i casi, il punto centrale non è il contenuto del sintomo, ma il modo in cui l’esperienza viene organizzata, anche prima che il sintomo compaia. Per sintomi psichiatrici intendo cose come allucinazioni o deliri, cioè credenze estremamente rigide e disfunzionali.

Per sviluppare questa ipotesi devo chiarire tre nozioni: teorizzazione, campo esperienziale e inferenza.

(Una trattazione completa del metodo epistemico è contenuta qui: LINK )


  • Teorizzazione


Per teorizzazione intendo la capacità primaria e irriducibile della persona di organizzare l’esperienza producendo teorie, sia esplicite sia implicite.

Non parlo di teorie matematiche o filosofiche. Parlo della capacità, propria di ogni organismo vivente, di orientarsi nel mondo: agire, attendere, selezionare, anticipare, ricordare.

Una teoria, in questo senso, è un’aspettativa che guida selezione, azione e attenzione, e che viene mantenuta o rivista in base agli esiti che produce.

Teorizzare significa quindi costruire una sequenza inferenziale che conduce a un esito pratico: l’ultimo passaggio dell’inferenza indica cosa fare per ottenere un certo risultato.

  • Campo esperienziale


Chiamo campo esperienziale l’insieme di tutto ciò che può entrare nell’esperienza: percezioni, ricordi, emozioni, stati corporei, pensieri, immagini. Anche una semplice sensazione di pesantezza ne fa parte così come la sensazione dello scorrere del tempo.

Nel metodo epistemico che utilizzo, il Crivello della realtà, ci occupiamo esclusivamente di ciò che è conoscibile, cioè di ciò che può apparire nel campo esperienziale. Non assumiamo entità ulteriori se non quando risultano operativamente utili.

Per esempio, il cervello biologico può costituire un modello esplicativo efficace in certi contesti, ma non viene assunto come fondamento necessario di ogni analisi. Introdurre ipotesi non indispensabili appesantisce il lavoro epistemologico e riduce la flessibilità nella ricerca di nuove direzioni.

Siccome il campo esperienziale comprende ciò che possiamo conoscere, e ciò che possiamo vivere, inferenze, teorie e teorizzazione sono elementi del campo anch'essi.

  • Inferenza


Ogni elemento del campo esperienziale può partecipare a un’inferenza, cioè a una sequenza di collegamenti che conduce poi a una conclusione vissuta come evidente. Il fatto che ogni elemento del campo possa partecipare ad inferenze include automaticamente retroazioni, azioni percepite come da attori esterni, circolarità e sensazioni corporee. 

Per tutto, intendo tutto. Classicamente si distingue un "fuori" e un "dentro" il corpo. Nel nostro caso questa distinzione è superflua. Stiamo esperendo tutto, quindi non ha senso dare dignità diversa alle nostre esperienze.

Un animale selvaggio che segue l’odore del cibo sta compiendo un’inferenza su come nutrirsi. Se potessimo antropomorfizzare l’esperienza di un cinghiale, la “teoria” implicita potrebbe essere qualcosa come: “di là c’è cibo”. Che si tratti di istinto o pianificazione, resta una forma di teorizzazione.

La teorizzazione non è quindi un’attività riservata al pensiero astratto. È una funzione naturale, continua, che struttura il nostro rapporto con l’ambiente.

La teorizzazione è quindi il culmine di un'inferenza. Le teorizzazioni appartengono a un'inferenza, ma non è detto che un'inferenza sia immediatamente disponibile come teorizzazione.

Il problema clinico, allora, non è che tutto entri in un’inferenza. Il problema emerge quando il sistema si irrigidisce su una o poche configurazione inferenziali, riducendo drasticamente il ventaglio delle possibilità alternative.

È su questa rigidità che si organizza il sintomo.

Ogni elemento del campo, che sia emozione, pensiero, assistere a qualcosa, può prendere parte ad un inferenza che culmina in una teoria: noi agiamo per ottenere un esito che giudichiamo liberamente


 

Pragmatica della psicosi

In lavori precedenti avevo ipotizzato che la psicosi potesse essere letta come una comunicazione dell’inconscio mal interpretata dal conscio. Assumere l’inconscio come agente dotato di intenzionalità comunicativa è un’ipotesi operativa più radicale rispetto alla concezione classica, ma consente di leggere molte dinamiche psicotiche come fenomeni pragmatici: tentativi di trasmissione di significato che falliscono sul piano dell’interpretazione.

Nel mio libro avevo esplorato questa ipotesi in chiave quasi ontologica, qui la utilizzo in senso strettamente operativo.

Secondo Paul Watzlawick e la Scuola di Palo Alto, la comunicazione è un processo circolare in cui i messaggi vengono continuamente interpretati all’interno di un contesto relazionale. È proprio il contesto che permette al messaggio di essere compreso, ma è anche ciò che rende possibile l’incomprensione. Ogni comunicazione è inseparabile dalla rete di presupposti impliciti che la circondano.

[Metodo: Nel mio metodo epistemico uno degli assiomi centrali è la ricerca del principio implicito: uno sforzo sistematico di esplicitazione degli assunti che strutturano l’interpretazione. Comprendere l’altro significa interrogare le premesse che rendono possibile la sua inferenza, riducendo così lo spazio dell’incomprensione.]

Si potrebbe criticare Watzlawick per una concezione fortemente relazionale del significato, nella quale il contesto comunicativo tende a prevalere sull’esperienza fenomenologica immediata. Tuttavia, se cogliamo il suo intento, superare una visione riduzionista della comunicazione, diventa utile considerare l’intero campo esperienziale come vettore di messaggi.

Qui avviene il passaggio decisivo: la comunicazione può essere letta come una forma di inferenza.

Un’inferenza è una sequenza esperienziale che conduce a una conclusione stabilizzante. Una comunicazione, per produrre senso, richiede almeno una sequenza di collegamenti impliciti tra segni, contesto e interpretazione. Anche una parola pronunciata meccanicamente attiva una catena inferenziale. Operativamente, dunque, la comunicazione rientra nella categoria delle inferenze.

Nel mio modello “inferenza” è una categoria formale che include ogni sequenza esperienziale capace di orientare o stabilizzare ulteriori sequenze. Comunicazione e inferenza non designano entità diverse, ma due prospettive sulla stessa dinamica: la prima ne evidenzia la dimensione relazionale, la seconda la struttura sequenziale. 

Se adottiamo questa prospettiva, la comunicazione tra conscio e inconscio può essere intesa come un caso particolare di dinamica inferenziale. La distinzione conscio-inconscio diventa una differenziazione interna al campo esperienziale, non un dualismo ontologico.

In questa chiave, il sintomo psicotico può essere tematizzato come un’inferenza che viene vissuta come messaggio. Il problema non è necessariamente il contenuto del messaggio, ma la mancanza di un contesto adeguato per interpretarlo.

Noi definiamo la psicosi disfunzionale perché la valutiamo dal nostro contesto clinico. Tuttavia, esistono culture che hanno ricercato stati psicotici a fini rituali. Funzionalità e disfunzionalità dipendono dal sistema di riferimento.

Michael Garrett (2021) suggerisce che attribuire senso ai sintomi psicotici contribuisca a ridurne l’intensità. Se assumiamo che il sintomo sia una comunicazione mal interpretata, allora il lavoro psicodinamico può essere visto come la costruzione di un contesto interpretativo che rende leggibile l’inferenza sottostante. Non corregge il contenuto in modo diretto: costruisce un'inferenza che lo sostiene in modo funzionale.

Possiamo allora distinguere tre livelli di intervento:

Il cognitivismo direbbe:
«Questa credenza è poco funzionale.»

La psicodinamica direbbe:
«Questa conclusione deriva da un conflitto o da un significato inconscio non integrato.»

Il mio modello direbbe:
«Questa inferenza è rigida.»

Pragmatica dell'esperire.

Alcune recenti sistematizzazioni nell’ambito della pragmatica della comunicazione, come Wharton (2022), evidenziano come le emozioni vengano spesso considerate fattori interferenti nei processi comunicativi e cognitivi. Già Bowlby, tuttavia, aveva mostrato come l’emozione fosse una fase di valutazione dell’ambiente, una sua componente strutturale.

[Metodo: sospendiamo la separazione rigida tra cognizione ed emozione, trattandole come configurazioni inseparabili sul piano inferenziale. Tutto è campo esperienziale il principio operativo cardine.]

Nel mio modello non è necessario assumere l’esistenza di un messaggio in senso stretto. Partiamo dall’esperienza. Possiamo, se utile, tematizzare parti dell’esperienza come “messaggi”, ma questa è una scelta descrittiva, non un presupposto ontologico.

La differenza tra “esperire” e “messaggio” è quindi prospettica: il primo termine mette in primo piano la configurazione vissuta, il secondo la dimensione informativa e relazionale. Operativamente, però, non cambia nulla: ciò che conta è la dinamica che si attiva all’interno dell’esperienza.

Ogni esperienza può generare ulteriori configurazioni emozioni, pensieri, azioni, verbalizzazioni. In questo senso, l’esperienza è sempre potenzialmente parte di una sequenza. Quando non vi è scelta consapevole nella direzione di tali sequenze, emergono configurazioni non volute, che possono essere vissute come eterodirette o “agite da altro”. Ma ciò che esperiamo sono comunque effetti interni al campo esperienziale, non siamo obbligati a ipotizzare un agente separato.

La scelta dei termini non è neutra. Ogni operazionalizzazione privilegia una prospettiva e rischia di cristallizzarla. Un’operazione efficace può diventare limitante se impedisce altre letture possibili.

Applicando il Crivello, l’obiettivo è mantenere il campo di indagine il più ampio possibile. Questo implica non ridurre il delirio a un contenuto verbalizzato, ma considerarlo all’interno dell’intero orizzonte esperienziale del soggetto. Molti deliri, infatti, tematizzano elementi dell’esperienza che nella vita quotidiana tendiamo a trascurare.

Non si tratta di rendere l’analisi ingestibile. Ogni indagine implica scelte. Ampliare il campo non significa rinunciare alla selezione, ma evitare esclusioni premature.

In questo senso l’operazione non è del tutto nuova. Binswanger (1942) aveva già posto al centro l’essere-nel-mondo del paziente psicotico. Dove Binswanger descrive una modificazione dell’essere-nel-mondo, nel mio modello parliamo di una differente configurazione inferenziale dell’esperienza. Questa configurazione può essere letta, se utile, anche in chiave comunicativa, senza presupporre necessariamente un emittente e un ricevente distinti.

Resta una domanda inevitabile: se tutto l'esperienza può rientrare nel campo di indagine, non rischiamo di rendere il tutto intrattabile per via dell'estensione?


L'inferenza in terapia

La risposta è negativa. Possiamo operare scelte all'interno del campo di indagine per ridurlo in seconda battuta: siamo così consapevoli di cosa stiamo tralasciando.

Il Crivello nasce come strumento epistemico. Non introduce nuovi fondamenti ontologici, ma assume l’inferenza come componente primaria dell’esperienza e come facoltà che consente di operare scelte orientate al cambiamento.

Questo implica che l’intervento terapeutico possa essere descritto come un lavoro sulle inferenze.

Assumere l’inferenza come categoria primaria contraddice le psicoterapie che presuppongono un cervello biologico o un inconscio?

No.

Una terapia può continuare a utilizzare il cervello come modello esplicativo o l’inconscio come ipotesi clinica. In questa prospettiva, tali modelli vengono trattati come configurazioni teoriche operative interne all’esperienza, non come fondamenti che precedono l’esperienza stessa.

Dal punto di vista inferenziale, le differenze tra approcci diventano differenze di direzione del lavoro.

La psicoterapia psicodinamica tende a risalire verso passaggi iniziali di inferenze implicite, cercando di renderne visibili i presupposti.
La terapia cognitivo-comportamentale interviene più spesso sui passaggi conclusivi, modificando credenze stabilizzate e le loro conseguenze operative.

Entrambe, in modi diversi, portano configurazioni implicite verso un livello tematizzabile e rielaborabile.

La terapia può quindi essere descritta come un’inferenza che interviene su un’inferenza rigida. Nulla è escluso in partenza, ma il campo viene progressivamente ristretto attraverso ipotesi cliniche orientate alla riduzione della sofferenza e all’ampliamento delle possibilità d’azione del paziente.

L’indagine terapeutica non riguarda la totalità dell’esperienza possibile, ma quelle configurazioni che producono rigidità, limitazione o sofferenza. Il criterio non è ontologico, ma pragmatico.

In questo processo l’empatia del clinico è decisiva. La relazione terapeutica può essere intesa come un’intersezione dinamica tra due campi esperienziali, nella quale diventa possibile esplorare e riformulare le inferenze del paziente.

La rigidità può manifestarsi a livelli diversi.

Può riguardare una configurazione locale: ad esempio, la convinzione che una persona specifica sia ostile. In questo caso il lavoro terapeutico si concentra sull’ampliamento delle alternative relative a quella situazione.

Oppure può derivare da un principio implicito più generale che organizza molte inferenze locali: ad esempio, la convinzione che “gli altri siano fondamentalmente minacciosi”. In questo caso l’intervento si sposta a un livello meta-inferenziale, lavorando sui principi che strutturano l’intero campo interpretativo.

L’obiettivo non è correggere un contenuto isolato, ma aumentare la flessibilità dell’organizzazione inferenziale.


Terapia come supporto alla teorizzazione

Il terapeuta formula ipotesi sulle configurazioni che producono rigidità o sofferenza nel paziente. In questa prospettiva, l’intervento terapeutico può essere inteso come un supporto alla capacità di teorizzare in modo più flessibile.

Lavorare sulle inferenze consente di integrare approcci apparentemente distanti. Comportamentismo, cognitivismo e psicodinamica intervengono su livelli diversi della stessa dinamica organizzativa.

Gli approcci corporei operano sul piano esperienziale come cognitivismo e psicodinamica, pur non utilizzando necessariamente un linguaggio verbale. Il trauma, ad esempio, modifica le risposte corporee in modo stabile, come mostrato da Rodney (2025). Non si può escludere che le risposte corporee influenzino in direzione opposta. Tecniche come l’EMDR risultano infatti efficaci proprio perché intervengono su configurazioni implicite dell’esperienza.

L’esperienza corporea non è un elemento separato, ma partecipa pienamente all’organizzazione dell’esperienza futura. Quando una configurazione somatica orienta percezioni, emozioni o comportamenti successivi, entra nella dinamica inferenziale. Didier Anzieu (1985/1989) aveva supposto in maniera simile che il corpo non fosse semplice supporto biologico della psiche ma che fosse una matrice dell'organizzazione psichica.

Se l’intera esperienza può essere tematizzata come processo comunicativo, allora anche il corpo vi partecipa. Non si tratta di semplici segnali isolati, ma di configurazioni che strutturano l’interazione con l’ambiente.

Le evidenze sperimentali non sono nuove. Harlow e Zimmermann (1959) mostrarono che le caratteristiche fisiche del surrogato materno influenzavano in modo differente lo sviluppo dei cuccioli di scimmia. Ader e Cohen (1975) dimostrarono l’immunosoppressione condizionata attraverso la saccarina. In entrambi i casi, funzioni corporee risultano integrate in processi di apprendimento e organizzazione dell’esperienza.

L’inferenza non coincide con il ragionamento esplicito, ma con la configurazione dinamica che orienta esperienza e azione. Questa distinzione è particolarmente rilevante alla luce delle ricerche in PNEI e delle loro implicazioni cliniche.

Anche adottando una prospettiva biologica, i processi corporei possono essere descritti come scambi informativi. Nel presente modello non è necessario assumere un livello esplicativo ulteriore: è sufficiente osservare che le configurazioni corporee contribuiscono alla stabilizzazione o alla trasformazione dell’esperienza.

In questo senso, la terapia non mira semplicemente a modificare credenze, ma a sostenere una riorganizzazione più flessibile delle configurazioni che orientano il vivere.


Un passaggio critico del modello

Il punto di svolta nasce da una domanda sul Crivello: è davvero un metodo minimo? E, se sì, quanto minimo?

Il Crivello assume solo ciò che è indispensabile per poter parlare dell’esperienza. Ogni suo elemento è un principio operativo, non una verità ultima. La sua caratteristica fondamentale è la possibilità di rimettere continuamente in discussione gli assunti. È ciò che faccio qui interrogando la nozione di inferenza.

Non possiamo eliminare il riferimento all’esperienza senza perdere la possibilità stessa di parlare. Se affermo di posare un bicchiere sul tavolo, presuppongo di esperire il tavolo. Il campo esperienziale è quindi un requisito minimo del discorso, non una tesi metafisica.

Possiamo invece chiederci se sia possibile ridurre l’inferenza ai suoi elementi più primordiali. Immaginare configurazioni quasi istintuali, prive di articolazione esplicita. Autori come Searles (1960, 1965) hanno descritto nella schizofrenia regressioni a stati mentali pre-umani o organismici, vicini a forme di funzionamento istintivo.

Non è possibile eliminare del tutto l’inferenza, anche gli animali seguono schemi e orientano l’azione, ma possiamo concepirne forme meno articolate, meno simbolicamente differenziate. Una riduzione della pluralità inferenziale avvicina a modalità più compatte e primitive di organizzazione dell’esperienza.

Jung (1959), tuttavia, osservava che i contenuti deliranti non sono privi di senso: al contrario, sono spesso ricchi di simboli e narrazioni. Il delirio non rappresenterebbe quindi un’assenza di teorizzazione, ma un tentativo estremo di ricostruire un modello del mondo quando quello precedente si è disgregato.

Se i sintomi psicotici producono significato, non possono essere la causa della perdita di teorizzazione; possono piuttosto costituirne una risposta emergenziale.

[Metodo: qui trattiamo come ipotesi rivedibile l’assunto implicito che la psicosi sia causa primaria. ]

Il sintomo tende a organizzare rigidamente alcune aree dell’esperienza, senza necessariamente ristrutturare l’intero campo. La sua coerenza è locale: potente, ma poco flessibile.

In questa direzione, Conneely e collaboratori (2021) hanno individuato modalità ricorrenti di esperire la psicosi riconducibili a poche grandi categorie narrative. Anche senza ricorrere al linguaggio archetipico junghiano, emerge l’idea che il sintomo fornisca una forma di narrazione primordiale laddove il senso del sé risulta frammentato.

Quando una configurazione primordiale entra in scena, potrebbe farlo per colmare un vuoto organizzativo: per generare significato dove l’articolazione precedente si è indebolita.

Il vuoto non è assenza di esperienza, ma assenza di integrazione. Ciò che non viene articolato in configurazioni plurali e flessibili tende a compattarsi in forme più rigide: coerenti nel breve raggio, ma scarsamente modulabili.

Quando la pluralità delle inferenze si riduce in un determinato ambito della vita, può emergere un sintomo che forza un significato dove prima vi era indeterminazione. Non elimina il vuoto: lo stabilizza.



Evidenza del vuoto


Phalen e collaboratori (2016) mostrano che la Theory of Mind (ToM) media l’impatto dei deliri persecutori sul funzionamento sociale. Quando i pazienti possiedono buone capacità di ragionamento sugli stati mentali altrui, i deliri persecutori compromettono meno il loro adattamento relazionale.

In altre parole, l’oggetto problematico non è solo il contenuto persecutorio, ma la capacità di articolare inferenze sugli intenti altrui.

Interventi come il Metacognitive Training (MCT), che lavorano sui bias cognitivi e sulla comprensione degli stati mentali, risultano efficaci proprio in questa direzione. Una meta-analisi su 43 studi (Penney et al., 2022) riporta miglioramenti significativi nei deliri (g = 0.69) e nella cognizione sociale, inclusa la ToM.

Ciò che colpisce è che questi interventi non agiscono frontalmente sul contenuto delirante. Non confutano direttamente l’idea, ad esempio, che la parrucchiera stia orchestrando un complotto. Piuttosto, rafforzano la capacità di articolare alternative interpretative: comprendere che l’altro può avere motivazioni plurali e indipendenti dall’osservatore.

Il risultato clinico suggerisce qualcosa di coerente con il modello qui proposto: quando un’area della teorizzazione è impoverita, in questo caso la capacità di rappresentare stati mentali altrui, il sistema tende a stabilizzarsi in configurazioni rigide e auto-referenziali. Rafforzare quella capacità non elimina il sintomo per confronto diretto, ma ne riduce la necessità strutturale.

[Metodo: riformuliamo un costrutto empirico (Theory of Mind) nel linguaggio inferenziale del Crivello, verificando se la traduzione conserva la potenza esplicativa. ]

Il “vuoto” non è assenza di contenuto, ma assenza di articolazione alternativa. Dove manca pluralità inferenziale, emerge una configurazione compatta. Ripristinare pluralità attenua la rigidità.

Il punto d'appoggio


Se il modello è corretto, dovremmo aspettarci che nella persona in preda alla psicosi vi siano uno o più ambiti della vita scarsamente articolati dal punto di vista della teorizzazione. Individuare tali ambiti e sostenerne una riorganizzazione più plurale dovrebbe produrre un miglioramento clinico.

In questa prospettiva, la psicosi non è la causa primaria della disorganizzazione, ma una configurazione emergenziale che si stabilizza quando alcune aree dell’esperienza risultano poco differenziate e poco malleabili. Il sintomo può costruirsi a partire da tali rigidità, ma il nesso non è necessariamente evidente: il paziente può operare collegamenti impliciti non mentalizzati.

Ne deriva che il contenuto manifesto del sintomo non coincide sempre con l’area effettivamente carente. Un comportamento compulsivo legato all’igiene, ad esempio, potrebbe non indicare una teorizzazione eccessiva sull’igiene stessa, ma una rigidità in un ambito differente che trova lì una stabilizzazione espressiva.

Il collegamento tra area rigidamente articolata e sintomo può dipendere da passaggi inferenziali impliciti a cui non abbiamo accesso diretto. Non si tratta di nessi casuali, ma di nessi non immediatamente visibili.

L’intervento clinico richiede quindi un’osservazione attenta delle configurazioni che limitano la flessibilità e producono esiti pratici negativi. La differenza tra funzionamento adattivo e sintomatico non risiede nel contenuto in sé, ma nel grado di rigidità e nella persistenza delle conseguenze disfunzionali.

Un esempio utile è l’associazione osservata tra polarizzazione politica su temi legati al Covid e peggior salute mentale (Nayak et al., 2021; Van Mulukom et al., 2022). La direzione causale resta dibattuta, ma l’ipotesi che configurazioni inferenziali rigide contribuiscano al mantenimento del distress è coerente con il modello qui proposto. Non è il tema in sé a essere patologico, ma la sua organizzazione poco flessibile.

Indagare le aree rigidamente teorizzate non è semplice. Si presentano almeno tre difficoltà principali:

  1. Sintomo senza collegamento apparente: L’area carente può sembrare marginale o innocua e passare inosservata.
  2. Confusione tra rigidità e delirio: Una teorizzazione poco articolata può essere scambiata per il sintomo stesso, scoraggiando un intervento diretto per timore di rafforzarlo.
  3. Sintomo che maschera il vuoto: Il sintomo può dare l’impressione che vi sia un’elaborazione ricca, quando in realtà stabilizza un’area poco differenziata.

L’individuazione dell’area rilevante richiede quindi uno sforzo immaginativo e un’osservazione prolungata. Anche interventi generici di potenziamento cognitivo possono aumentare la pluralità inferenziale complessiva, incrementando la probabilità di incidere indirettamente sull’area critica.

Ricorsione epistemica

Il Crivello tratta le teorie come oggetti. Ma, proprio per questo, può essere applicato anche a se stesso. Questa ricorsività non è un paradosso, bensì una conseguenza del suo minimalismo operativo.

Uno strumento meta-teorico può dirsi tale solo se rimane anche pragmatico. Il Crivello nasce con questa ambizione: non fondare nuove ontologie, ma fornire un dispositivo leggero per orientarsi tra teorie e problemi.

[Metodo: Minimo e pragmatico. Due principi operativi cardine del crivello: Applicabile a se stesso, applicabile per produrre teorie e perfino direttamente come strumento clinico.]

Se descrive la capacità di costruire inferenze per orientare l’esperienza, allora può essere utilizzato anche direttamente nell’ambito clinico. Il sintomo psichiatrico può essere letto come l’esito di un utilizzo implicito e irrigidito di questa stessa capacità: un tentativo emergenziale di coprire aree in cui non si sono sviluppate configurazioni sufficientemente articolate.

In questa prospettiva, il delirio non è la causa della perdita di teorizzazione, ma una sua forma estrema. Non segnala un’assenza di organizzazione, bensì una organizzazione compatta e poco flessibile.

Applicare il Crivello in ambito clinico non significa ignorare le evidenze consolidate. Al contrario, significa integrare nel dispositivo epistemico ciò che già funziona pragmaticamente. Le definizioni operative di psicosi, i criteri diagnostici, le linee guida terapeutiche vengono ereditati insieme al loro contesto applicativo. Non vengono negati, ma trattati come assunti operativi.

La scelta di cosa integrare non è arbitraria nel senso di casuale. È una decisione responsabile che tiene conto delle evidenze disponibili. Senza questo ancoraggio pragmatico, il lavoro rischierebbe di ridursi a un esercizio puramente linguistico.

Il Crivello non ingloba ogni dettaglio teorico, ma si sovrappone alle teorie scelte di volta in volta, aggiungendo ordine senza imporre vincoli superflui. La sua forza risiede proprio nell’incompletezza strutturale: può restare aperto perché delega alle pratiche consolidate ciò che non necessita di essere ridefinito.

In questa cornice, la struttura dei contenuti psicotici non richiede necessariamente il ricorso a un inconscio collettivo. Possono essere intesi come configurazioni emergenti, analogamente a come emergono le strutture di un linguaggio: forme organizzate che prendono coerenza interna senza presupporre un’origine trascendente.

Se adottiamo una formulazione pragmatica, ogni configurazione dell’esperienza può essere letta come linguaggio: inferenze e oggetti dell’inferenza inclusi.


Cognitive Remediation e teorizzazione

La letteratura sulla cognitive remediation offre un terreno particolarmente interessante per il modello qui proposto. I risultati, mediamente positivi ma non uniformi, possono essere letti come l’effetto di un intervento che talvolta intercetta l’area rigidificata e talvolta la sfiora soltanto.

Se la psicosi è legata a una riduzione della pluralità inferenziale in specifici ambiti dell’esperienza, allora lavorare su domini cognitivi generali può produrre benefici indiretti, ma non sempre colpire il nucleo della rigidità. Il limite potrebbe risiedere nel focalizzarsi su categorie cognitive convenzionali (attenzione, memoria, funzioni esecutive) invece che sull’area esperienziale effettivamente impoverita.

Lo studio di Montemagni et al. (2021), che ha confrontato pazienti con schizofrenia sottoposti a un programma computerizzato di cognitive remediation con un gruppo di controllo attivo, evidenzia miglioramenti significativi in apprendimento, velocità di elaborazione, problem solving, monitoraggio del pensiero e uso di strategie mentali.

Emergono inoltre effetti clinici indiretti: riduzione dei sintomi depressivi, maggiore insight e miglior funzionamento sociale. Questi risultati suggeriscono che la cognitive remediation non agisca soltanto su abilità tecniche, ma potenzi la capacità di costruire e rivedere modelli operativi — cioè quella che qui chiamiamo teorizzazione implicita.

Skokou et al. (2025), in una revisione sistematica degli RCT disponibili, confermano l’efficacia della cognitive remediation, pur evidenziando una variabilità legata alle differenze metodologiche tra gli studi. Gli interventi considerati sono strutturati e manualizzati, spesso computerizzati, e mirano a domini specifici con l’obiettivo di migliorare il funzionamento clinico e quotidiano.

Nel complesso, questi dati rafforzano l’ipotesi che lavorare sulla capacità di costruire e riorganizzare inferenze produca benefici tangibili. Se il sintomo psicotico rappresenta una risposta emergenziale a una carenza di articolazione, allora potenziare la teorizzazione può ridurne la necessità strutturale, anche senza affrontarne direttamente il contenuto.


Le aree coperte dalla Cognitive Remediation


Per completezza riporto le aree bersaglio per la Cognitive Remediation. Come si può intuire molte di queste sono classificabili come training per teorizzazione se interpretate in modo cognitivo oppure come teorizzazioni in toto se le leggiamo sotto la luce del crivello in cui anche capacità attentiva e memoria possono prendere parte a teorizzazioni.
  • Executive function remediation: Allena pianificazione, problem solving e flessibilità cognitiva, cioè la capacità di rappresentare fini, simulare alternative e valutare conseguenze.
  • Strategy-based cognitive remediation: Insegna strategie e regole operative che permettono di costruire, testare e correggere modelli d’azione in base agli esiti.
  • Goal-oriented / functional CR: Collega direttamente azioni a obiettivi reali, richiedendo valutazione delle conseguenze pratiche e adattamento al contesto.
  • Metacognitive remediation: Rafforza il monitoraggio dell’azione e dell’errore, consentendo la revisione esplicita delle teorie implicite sul proprio agire.
  • Social cognition training (integrated CR): Allena la previsione delle conseguenze interpersonali delle azioni tramite inferenze sugli stati mentali altrui.
  • Integrated cognitive remediation programs: Combinano più moduli; la teorizzazione emerge quando sono presenti componenti esecutive, strategiche o goal-based.
  • Computerized drill-and-practice CR: Migliora prestazioni cognitive di base tramite ripetizione, senza simulazione di esiti o valutazione dei fini.
  • Attention-focused remediation: Potenzia la vigilanza e il focus attentivo, ma non coinvolge decisione orientata allo scopo.
  • Memory-focused remediation: Rafforza codifica e recupero dell’informazione, funzionando come prerequisito ma non come teorizzazione.
  • Processing-speed training: Aumenta la rapidità di elaborazione senza richiedere valutazione delle conseguenze dell’azione.
  • Pure neuroplasticity-based CR: Si fonda su esposizione ripetuta allo stimolo, non su rappresentazione intenzionale dell’agire.


Esempio clinico

Le comunicazioni si sviluppano in sequenza e non è possibile separare nettamente contenuto e forma, digitale e analogico. Analogamente, nelle inferenze non possiamo distinguere in modo rigido cognizione ed emozione. La rigidità inferenziale non riguarda solo un contenuto “errato”, ma una configurazione affettivo-cognitiva integrata.

Un pensiero persecutorio non è semplicemente una credenza sbagliata: è un’organizzazione inseparabile di interpretazione ed emozione. Le categorie diagnostiche sono strumenti operativi utili, ma non devono irrigidirsi in compartimenti ontologici.

Una persona con deliri persecutori potrebbe presentare carenze nelle inferenze cognitivo-emotive riguardanti gli stati mentali altrui. In tal caso, interventi su empatia, Theory of Mind e generazione di alternative interpretative risultano coerenti con il modello. Molti protocolli già includono tali elementi, pur collocandoli in cornici teoriche differenti. La loro efficacia dipende dal fatto che intercettino effettivamente l’area rigidificata.


Conclusioni


L’ipotesi esplorata in questo articolo è che il sintomo psicotico non sia la causa della perdita di teorizzazione, ma la sua risposta. Se il Crivello descrive la capacità di costruire inferenze per orientare l’esperienza, allora deliri e altri sintomi possono essere compresi come tentativi emergenziali di ricostruire un modello del mondo quando quello ordinario si è indebolito.

Le fenomenologie classiche, da Binswanger a Jung, mostrano che i contenuti psicotici possiedono struttura narrativa, simbolica o mitologica: la psiche continua a produrre significato anche nella crisi. Le evidenze empiriche più recenti, come la cognitive remediation e gli interventi metacognitivi, indicano che potenziare la capacità di formulare e rivedere inferenze produce miglioramenti clinici tangibili. La teorizzazione emerge così come nodo centrale del funzionamento psicologico.

In questa prospettiva, la psicosi non è un errore da correggere frontalmente, ma l’espressione di una organizzazione che tenta di colmare un vuoto inferenziale. L’area carente non coincide necessariamente con il contenuto manifesto del sintomo: può trovarsi a monte, intorno o altrove rispetto ad esso.

Il compito clinico diventa allora individuare gli ambiti in cui la pluralità inferenziale si è ridotta e sostenere la costruzione di configurazioni più flessibili, senza escludere alcuna parte dell’esperienza come possibile veicolo di significato. Anche interventi corporei o espressivi possono risultare efficaci quando intercettano tali aree, contribuendo a ricostruire il contesto mancante.

Da questa impostazione emerge un’ipotesi falsificabile: integrare interventi che agiscano su domini esperienziali differenti, psicomotricità, arte, musica, oltre alla cognitive remediation, dovrebbe aumentare la probabilità di intercettare l’area rigidificata e rendere gli esiti più omogenei. Non si tratta di sommare benefici lineari, ma di ampliare il ventaglio delle possibilità di riorganizzazione.

Se il modello è corretto, a parità di intensità complessiva dell’intervento, dovremmo osservare che diventa più efficace lavorare prioritariamente sulle aree che mostrano segnali iniziali di miglioramento, e spostare l’attenzione su altre aree non appena l’effetto si stabilizza. Dare un ordine di priorità dinamico agli interventi misti dovrebbe aumentare l’efficacia complessiva a parità di ore di intervento, perché massimizza la probabilità di intercettare la configurazione inferenziale più malleabile in quel momento.

[Metodo: Applicabilità. Restare ancorati nel campo esperienziale facilita la formulazione di claims falsificabili, pur avendo inglobato anche discipline tipicamente difficili da sottoporre all'evidenza empirica. ]

Se la variabilità degli esiti dipende dal fatto che un intervento colpisca solo talvolta il nucleo della rigidità, allora ampliare la pluralità degli interventi dovrebbe aumentare la percentuale di miglioramenti clinici.

Il Crivello, nato come strumento epistemico minimale, si rivela così anche un dispositivo pragmatico: una lente sufficientemente leggera da non irrigidirsi in nuove ontologie, ma abbastanza robusta da descrivere come la mente organizza il mondo, e come tenta di riorganizzarlo quando vacilla.




Note

L’inferenza parte sempre dall’esperienza. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma nella pratica clinica e teorica si tende spesso a presupporre il contrario. Spesso si suppone il pensiero come un processo indipendente che poi porta a prendere decisioni: per noi no, il pensiero è esso stesso esperienza.

L’esperienza che avvia un’inferenza non è soltanto una percezione primaria come vista o udito: può essere un’emozione, un pensiero, un ricordo. Allo stesso modo, un’emozione può costituire l’esito di un’inferenza. Bowlby osservava che l’emozione è una fase della valutazione dell’ambiente; nel linguaggio qui adottato, un passaggio inferenziale può essere un intreccio inscindibile di cognizione ed emozione.

Senza questa apertura, individuare l’area in cui la teorizzazione è carente diventerebbe molto più difficile: specialmente nei casi in cui i sintomi psicotici si intrecciano con variazioni dell’umore o riguardano stati o sensazioni fisiche.

Il Crivello non è soltanto minimale, ma anche fluido. Non stabilisce gerarchie tra percezioni, emozioni, pensieri o narrazioni, e consente di trattarli come configurazioni dello stesso piano esperienziale. Questa fluidità epistemica permette di cogliere le rigidità anche quando l’origine non è “cognitiva” in senso stretto, ma affettiva o corporea.

L’invito implicito è che il Crivello non serva soltanto ad analizzare le teorizzazioni del paziente, ma anche a riformulare le teorie cliniche stesse. La sua struttura minimale consente di integrare modelli differenti senza irrigidirsi in un’unica cornice. Non è solo uno strumento per comprendere come il paziente costruisce inferenze, ma anche un metodo per rivedere le nostre: rendendo più flessibili le lenti con cui interpretiamo l’esperienza psicopatologica.

[Metodo: Abbiamo sottoposto ipotesi teoriche e cliniche da ambiti diversi al crivello della realtà. Il risultato pur partendo da un punto di vista prettamente esperienziale e partendo con una struttura incompleta ci porta a un risultato significativo. Riusciamo a mettere ordine e ad intelleggere in modo molto scientifico svariate discipline. Il fatto peculiare è che siamo partiti con uno strumento senza alcuna pretesa di essere scientifico. ]

Sintesi di pensieri diversi

Vorrei solo ora far notare come il Crivello permette di trattare fluidamente una dozzina di scuole di pensiero. Vorrei riassumere qui come diverse correnti di pensiero parlano tra di loro. Non abbiamo fatto un lavoro da poco.

  • Pragmatica della comunicazione → Fenomenologia dell’esperienza : Watzlawick nel linguaggio di Binswanger: il messaggio diventa esperienza, e l’esperienza diventa messaggio.
  • Fenomenologia esistenziale → Pragmatica del messaggio: Binswanger nel linguaggio di Watzlawick: il mondo come emittente, il paziente come ricevente.
  • Psicodinamica → Cognitivismo inferenziale: L’interpretazione psicodinamica del sintomo (Garrett) viene riletta come ricostruzione del contesto e quindi come operazione inferenziale. Non nego l'inconscio, lo traduco.
  • Psicologia analitica (Jung) → Teorizzazione implicita: I simboli e i miti non sono archetipi ontologici, ma tentativi di teorizzazione emergenziale quando il modello cosciente crolla.
  • Comportamentismo / apprendimento implicito → Inferenze corporee: Ader, Cohen, Harlow e la psicomotricità vengono reinterpretati come inferenze non verbali che partecipano alla teorizzazione implicita.
  • Pragmatica dell’emozione (Wharton) → Epistemologia dell’esperienza: Le emozioni non sono interferenze, ma passaggi inferenziali che contribuiscono alla costruzione di significato.
  • Terapie corporee (EMDR, psicomotricità) → Ricostruzione del contesto: Riformulate come interventi che ricostruiscono parti del campo esperienziale necessarie alla teorizzazione.
  • Cognitive Remediation → Ripristino della teorizzazione: La CR da tecnica neurocognitiva a strumento per ricostruire modelli d’azione, cioè teorie implicite.
  • Narrative studies dell’identità → Teorizzazione del sé: Conneely et al. vengono riletti come evidenza che la psicosi produce narrazioni primordiali per colmare vuoti inferenziali.
  • Epistemologia minimalista → Clinica inferenziale: Il crivello, nato come metodo epistemico, viene convertito in modello clinico per leggere sintomi e processi terapeutici.

Bibliografia

  • Watzlawick, P., Beavin, J. H., & Jackson, D. D. (1967). Pragmatics of human communication: A study of interactional patterns, pathologies, and paradoxes. W. W. Norton & Company.
  • Wharton, T., & de Saussure, L. (2022). The pragmatics of emotion, argument and conflict. In G. L. Schiewer, J. Altarriba & B. C. Ng (Eds.), Language and emotion: An international handbook (Vol. 1, pp. 664–680). De Gruyter Mouton. https://doi.org/10.1515/9783110347524-032
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  • Binswanger, L. (1942). Grundformen und Erkenntnis menschlichen Daseins (Basic forms and knowledge of human existence).
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Commenti

  1. Postilla: affinità e differenze con la Schema Therapy di Jeffrey Young
    La Schema Therapy di Young offre un interessante punto di confronto con il modello qui proposto.
    Le affinità sono sostanziali. Young descrive gli Early Maladaptive Schemas come pattern pervasivi e auto-perpetuanti che resistono alla disconfirma dell'esperienza — esattamente ciò che nel Crivello chiamiamo inferenza rigida. Anche il meccanismo di mantenimento converge: Young individua tre stili di coping (resa, evitamento, sovracompensazione) che nei termini del presente modello possono essere riletti come strategie inferenziali che impediscono la revisione dello schema, rinforzandolo. L'idea che il sintomo non vada attaccato frontalmente nel suo contenuto, ma che si debba lavorare sulla struttura che lo sostiene, è comune ad entrambi gli approcci.
    Le differenze sono però altrettanto rilevanti. Young ancora gli schemi all'infanzia e ai bisogni emotivi non soddisfatti, attribuendo loro un'eziologia privilegiata. Nel modello del Crivello non è necessario presupporre un'origine temporale specifica: un'inferenza può irrigidirsi in qualsiasi momento della vita, per ragioni culturali, relazionali o contingenti. Questo rende il modello più parsimonioso e meno vincolato a una narrativa sviluppista.
    Young separa inoltre lo schema dal comportamento, trattando quest'ultimo come risposta esterna. Nel Crivello questa separazione è superflua: l'inferenza è già orientata all'azione, cognizione e comportamento appartengono alla stessa configurazione esperienziale.
    Infine Young assegna contenuti specifici agli schemi — abbandono, dipendenza, punizione — costruendo una tassonomia. Il Crivello invece non classifica per contenuto ma per struttura: ciò che conta non è cosa dice l'inferenza rigida, ma come si comporta di fronte agli esiti. Questo evita il rischio che la tassonomia diventi essa stessa una cornice rigida imposta sull'esperienza del paziente

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