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La forma della conoscenza: un'epistemologia senza fondamenti



Introduzione 




Vi chiedo di considerare i seguenti principi come operativi, non metafisici. Non affermo che il vissuto sia realmente costituito da esperienze che si dipanano in inferenze.
Propongo di trattare le esperienze come blocchi elementari del vissuto e le inferenze come sequenze di questi blocchi. È una scelta descrittiva adottata per fini operativi, non una tesi sulla struttura ultima della realtà.
Tratto il punto di vista come l'organizzarsi delle esperienze in inferenze. Un criterio pratico che dà centralità a delle esperienze.
Esperienze e inferenze sono criteri pratico-operativi, non veri né necessari. Non giustificano gli altri giudizi: sono il luogo da cui giudico in quanto punto di vista. Il giudizio è un'esperienza successiva a ciò che giudica, e può a sua volta essere giudicato.
Li dichiaro perché preferisco esplicitarli anziché lasciarli impliciti. Sono revocabili: posso smettere di usarli quando non mi servono più, secondo il criterio pragmatico che adotto più avanti.
Dire «criteri pratico-operativi» non significa dire «ho fondamenti metafisici». Un fondamento che non pretende di essere vero né di giustificare il resto è un criterio pratico-operativo, e lo tratto come tale.

Scelta

La scelta è distinguere una possibilità come sufficiente per l'uso presente.

Esito

L'esito di un'inferenza è un giudizio su di essa: giudico se ha funzionato. Il giudizio è a sua volta un'esperienza che vivo, successiva a ciò che giudica, e viene adottato tramite una scelta.
La domanda è: qualcosa che ho fatto o pensato ha portato a un'esperienza che ho scelto di giudicare?
Il criterio secondo cui giudico se un'inferenza ha funzionato è a sua volta adottato mediante una scelta. Non presuppongo un significato unico e necessario di «funzionare»: il criterio può variare secondo l'uso presente e può essere a sua volta sottoposto a giudizio.
Il riconoscimento di una relazione causa-effetto è un giudizio scelto. Il riconoscimento del fatto che un giudizio sia successivo a un'inferenza è anch'esso un giudizio scelto.
Non vuol dire che ogni giudizio valga tanto quanto gli altri. La differenza sta nel metterci una scelta dentro: si fa una scelta specifica, non una qualunque.
Un giudizio non può essere ulteriormente giustificato in quanto scelta senza introdurre una nuova scelta. Il giudizio riceve valore dal punto di vista da cui è scelto. Assumo il punto di vista come criterio pratico-operativo, non come ente metafisico. Basta poter dire che funziona. È una scelta soggettiva.
Scelgo di esplicitare le mie scelte, non le delego al sistema.
Dal fatto che una scelta non sia ulteriormente giustificata nel sistema, non segue che ogni scelta sia utile, casuale o incoerente.

Inferenza

Una qualsiasi sequenza di esperienze: è ingiustificata: non serve un fondamento che giustifichi il passaggio da un elemento della sequenza al successivo.
Le inferenze logiche e matematiche rientrano nella categoria di inferenza che adotto. La categoria è però più ampia: non tutte le inferenze che considero tali sono logiche o matematiche. I criteri di validità logica o matematica, quando utilizzati, vengono mantenuti nel rispettivo contesto operativo.
La distinzione di due esperienze viene adottata mediante una scelta.
Riconoscere delle esperienze come azioni interpretabili come volontarie è un giudizio effettuato a posteriori. Le azioni sono quindi volutamente interpretate come volontarie o involontarie.
Un cane che segue un odore, un matematico che compie una dimostrazione, un artigiano che ascolta musica mentre crea un oggetto, una vita intera vissuta dall'inizio alla fine.
Sono tutte inferenze: una sequenza di esperienze che si dispiega. Non si giudicano tutte le inferenze e il giudizio stesso è parte dell'inferenza.
Senza gerarchia tra l'inferenza "istintiva" e quella "razionale", né bisogno di una Logica oggettiva che le fondi dall'esterno.
La validità, quando le si attribuisce, non è mai parte della definizione: è un giudizio ulteriore, applicato secondo un criterio scelto.

Esperienza

Chiamo esperienza ciò che posso prendere in esame. Non la definisco oltre, perché è il punto di partenza.
Tratto i blocchi di esperienza come privi di confini netti: dove finisce un'esperienza e comincia un'altra lo decido con una scelta, per l'uso presente.
Vedere è un'esperienza. Sentire, pensare, emozionarsi, ferirsi e parlare sono esperienza. E così per ogni altro caso che si voglia considerare.
Non sto affermando che non ci sia nulla oltre l'esperienza: dico solo che distinguere un limite o un oltre non mi produce al momento un'utilità pratica.
Qualunque cosa io prenda in esame, per il fatto stesso di prenderla in esame, ricade nell'esperienza. È una tesi metodologica, non un'affermazione ontologica.
Più che pensare l'esperienza vissuta come una foto è utile pensarla come una sovrapposizione, un nodo, dove coesistono tutti gli elementi di un'esperienza. Una fetta solida di vita.
L'esperienza presente è un protendersi di passato e futuro, mentre l'esperienza passata ha la dinamicità annodata al suo interno.
Minimalismo
Tra due passaggi che portano allo stesso punto, scelgo quello che porta meno impegno epistemico. Non aggiungo un fondamento, una gerarchia o una distinzione se posso farne a meno.
Non è economia per principio: è che ogni passaggio in più è un impegno in più, e non prendo impegni che al momento non mi servono. Se una domanda può restare aperta senza costarmi nulla, la lascio aperta: chiuderla sarebbe un passaggio superfluo.
Il minimo non è definitivo: è il minimo che serve ora. Se un uso futuro richiede un passaggio in più, lo aggiungo allora, non prima.

Pragmatismo

Il criterio per fermarsi, per accettare una definizione, per chiudere una domanda, non è la verità né la completezza: è l'utilità pratica attuale.
Una distinzione vale la pena tracciarla solo se serve a fare qualcosa che senza di essa non saprei fare. Se non serve, la sospendo, non perché sia falsa, ma perché non produce differenza nell'uso.
Questo non è definitivo: è situato. Ciò che oggi non serve, domani può servire, e allora si riapre. Il criterio stesso è un giudizio derivante da una scelta, come ogni altro giudizio.
Abbandono il sistema, o una sua parte, quando smette di permettermi di fare ciò che mi serve, o quando mi costringe a distinzioni che non uso. Assumo nuovi principi operativi se mi sono utili.
Non presento il pragmatismo come vero: lo adotto come criterio, e posso smettere di adottarlo se non mi serve più.
Se minimalismo e pragmatismo entrano in conflitto, prevale il pragmatismo: il passaggio più corto vale solo se serve altrettanto. Questa è una mia scelta: si può fare la scelta opposta.

Incompletezza

Il sistema si tiene su pochi punti e questo è voluto: non copre ogni caso, non deve. Quando lo sovrappongo a una teoria già esistente, non la riscrivo da zero: eredito il suo contesto, i suoi criteri, le sue pratiche consolidate, senza negarli. Li tratto come assunti operativi, non come fondamenti da giustificare di nuovo.
Se quella teoria porta fondamenti metafisici, li eredito allo stesso modo: come assunti operativi, non come veri.
L'incompletezza non è una mancanza da colmare: è ciò che permette al sistema di sovrapporsi ad altro senza andare in conflitto. Se dovessi inglobare ogni dettaglio delle teorie che incontro, perderei la leggerezza che mi serve. Resto minimo apposta, e delego il resto a chi quel dettaglio l'ha già teorizzato.

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